Come scaricare e leggere l’ebook “Il metodo Giornalisti Nell’Erba”

Il metodo Giornalisti Nell’Erba. Una cassetta degli attrezzi per lo sviluppo sostenibile, l’ebook che abbiamo scritto Giuditta Iantaffi e io e che è edito da Il Refuso, è – per l’appunto – un ebook, cioè un libro elettronico, in formato Kindle. 

Come si fa a scaricarlo? E come si legge un ebook Kindle se non si possiede un e-reader Kindle?

A queste domande frequenti, e a qualche altra, rispondiamo nel tutorial qui sotto:

Per tutte le altre info sul libro, c’è una pagina dedicata su questo sito. 

Anziché dire “non fa per me”

Qualche tempo fa ho letto con particolare interesse un editoriale di Annalisa Monfreda su Donna Moderna, intitolato “Mia figlia e la matematica”. Apprezzo Annalisa Monfreda, leggo Donna Moderna che lei dirige e ho parlato anche su questo blog del suo libro Come se tu non fossi femmina. Rifletto spesso su come parlare a bambini e bambine (ci ho scritto  su un post) e l’editoriale della direttrice di Donna Moderna mi ha fatto riflettere su un aspetto della questione. 

“La matematica non fa per me”, cioè non fa per una ragazza: il pezzo di Annalisa Monfreda parte da questa frase, pronunciata da una delle sue figlie. La matematica non fa per le donne: quante volte ci hanno insinuato il dubbio? Ma più grave è che a dirselo sia proprio una donna, dalla più tenera età. Contro lo stereotipo – segnale tutt’altro che trascurabile di “un piccolo fallimento educativo. Nostro, della scuola, della società” –  Annalisa Monfreda ha agito in modo deciso, vietando alla figlia di ripetere frasi del genere, che perpetuano stereotipi basati su convinzioni prive di fondamento scientifico e che risultano dannose e autolimitanti per chi le ripete.

Il punto, sottolinea Monfreda dopo averne fatto esperienza anche personale, è che rivedere le nostre abitudini linguistiche ci permette di scoprire orizzonti di pensiero diversi e più ampi e di riflettere sull’ingiustizia che modi di dire apparentemente innocenti portano con sé.

Che si fa in classe quando succede che alunne – o a volte anche alunni – dicano frasi autosvalutanti e stereotipate? Io in genere le “smaschero” e spiego perché non sono opportune. Ma l’editoriale di Annalisa Monfreda spinge a un livello ulteriore di riflessione: che sia il caso di proibirle direttamente? Sono d’accordo. Anche se, sotto il profilo educativo, trovo utile spiegare anche il perché della proibizione e insegnare a sostituirle. Per esempio: alunna riceve il tema, ha preso un buon voto. Incredula commenta: “Questo tema fa schifo, non capisco come ho fatto a prendere 9”. Rispondo: “Puoi dire invece: ‘pensavo che il mio tema facesse schifo, invece ho preso 9. Evidentemente sono stata troppo severa con me stessa e non mi sono accorta di aver fatto un buon lavoro. Adesso so che posso fare un buon lavoro”.  Certo occorre ripeterlo per tutte le occorrenze (che nella giornata di una classe di scuola media sono tante), ma la fatica mi auguro che premierà, soprattutto il discorso positivo diventerà un’abitudine adottata da tutti, in classe e anche fuori. 

Ah, l’editoriale di Annalisa Monfreda entra nel mio archivio di estratti per #giornalismoinclasse (il tag che ho coniato per raccogliere e condividere le risorse giornalistiche che uso nelle lezioni). 

Foto di Julia Caesar da Life of Pix.

Insegnante giornalista, senza virgola

Insegnante giornalista, senza virgola tra una parola e l’altra, è il titolo che do al mio lavoro. È il mio manifesto, perché racchiude le competenze e i valori che contano per me e che applico nelle professioni che esercito. È il mio promemoria, anche, perché mi ricorda la strada professionale che ho percorso e quella su cui ho scelto di continuare.  

Insegnante giornalista, senza virgole in mezzo, è la formula con cui dico chi sono. La virgola non c’è perché non c’è soluzione di continuità tra me dentro scuola e me fuori scuola, tra me che insegno e me che ricerco e scrivo. Porto il giornalismo in classe e porto nel giornalismo il mio essere docente nella scuola pubblica. Competenze e deontologia dei due mondi spesso si danno la mano. Quando non lo fanno, tangono comunque attraverso me, che sono un’insegnante e anche una giornalista, e a volte esercito la difficile arte di stare in equilibrio tra il qui e il qua. 

Insegnante giornalista lo scrivo senza virgole in mezzo anche per evidenziare quel che  hanno in comune la me insegnante e la me giornalista. Per esempio, né l’insegnante né il giornalista possono arroccarsi: in entrambe le professioni è fondamentale avere uno sguardo largo sul mondo, non perdere di vista la complessità per poterla indagare. 

Insegnante giornalista racconta che, come giornalista, vengo da un’esperienza che mette in contatto mondi diversi: Giornalisti Nell’Erba mette in comunicazione scuola, informazione, scienza, istituzioni, aziende. Io adoro le virgole, pausa semantica lieve, ma più di tutto mi piace unire i puntini e creare relazioni: tra persone, discipline, saperi. 

Insegnante giornalista è il mio job title. Trovare il proprio job title è un’azione di personal branding. Non è sempre facile dare un titolo al proprio lavoro, perché implica dare un titolo a sé stessi, che a sua volta implica consapevolezza, autostima, visione chiara del proprio perché: perché voglio fare questo? perché così? a cosa serve? a chi? 

Insegnante giornalista è anche il frutto di un percorso di rebranding. Contiene la storia di come da giornalista mi sono trasformata in insegnante, e poi in un’insegnante che fa didattica attraverso il giornalismo. Completare questo percorso e sintetizzarlo in due parole non è stato immediato, ma quando mi sono sentita insegnante giornalista sono stata felice di ufficializzare la formula che racchiude la mia nuova identità professionale. 

La definizione di insegnante giornalista però non è piaciuta a tutti. Qualcuno pensa che la virgola manchi per distrazione e ce la mette d’ufficio; qualcun altro ha obiezioni e/o domande.

Le Frequently Asked Questions che mi vengono poste sono soprattutto queste: 

  • Perché non “giornalista insegnante”? È vero che sono stata giornalista prima che insegnante, ma attualmente l’impegno più vincolante che ho – e che peraltro ho scelto (precisazione ripetitiva ma necessaria, un giorno ne riparliamo) – è quello di servire lo Stato come professoressa di lettere. Il giornalismo è lo strumento con cui cerco di aggiungere valore alla mia didattica. Insomma: sono diventata un’insegnante e in più sono una giornalista. Il giorno in cui cambierò ordine agli addendi avrò un nuovo perché e lo comunicherò. 
  • Senza virgola non si capisce bene cosa intendi. Adesso però l’ho spiegato 😉 E sui biglietti da visita ho risolto così:

Leggere e scrivere di cambiamenti climatici in classe

Giovedì 22 novembre sono stata alla presentazione di Storia del diritto ambientale, di Tullio Berlenghi, uscito pochi mesi fa per Primiceri editore. Nella doppia veste di insegnante giornalista ho intervistato l’autore per conto di Giornalisti Nell’Erba (foto qui sopra, articolo e servizio qui – entrambi del direttore di gNe, Paola Bolaffio) e rimediato un regalino per i miei studenti: una dedica dell’autore, sulla copia del libro di cui leggeremo in classe alcune pagine.

Che se ne fanno, i miei alunni di terza media, di un testo di storia del diritto ambientale? Anzitutto lo consultano per aggiornare il testo di geografia, che nel trattare i cambiamenti climatici si ferma al protocollo di Kyoto (2005): la storia delle questioni ambientali è piuttosto giovane ma è cresciuta a passo veloce, e sui cambiamenti climatici un punto nodale è l’Accordo di Parigi, siglato nel 2015 durante la COP 21, cioè la 21esima Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite (UNFCCC). E mentre si attende la COP 24, che si terrà a Katowice il prossimo dicembre, noi aggiungiamo un capitolo al libro di geografia.

Siamo partiti dalla visione di Before the flood – Punto di non ritorno, il documentario con Leonardo DiCaprio diretto da Fisher Stevens (il video è disponibile anche su YouTube) e poi ci siamo aggiornati con articoli provenienti da varie testate. Abbiamo parlato del report pubblicato lo scorso ottobre dall’IPCC (il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), degli eventi climatici estremi che si sono abbattuti sul Lazio a fine ottobre (con due giorni di scuole chiuse nella capitale, per via dell’allerta meteo), di conseguenze dei cambiamenti climatici su monumenti, zone costiere, salute, agricoltura e alimentazione, economia, società. 

Alunne e alunni hanno affrontato in piccoli gruppi la lettura di articoli anche piuttosto approfonditi. A differenza di molti adulti, i tredicenni non si sono spaventati di fronte a sigle e cifre ma hanno cercato di sviscerare concetti complessi con una caparbietà che ha sorpreso persino me. Le sigle sono state più ostiche (che vuol dire IPCC? E COP?), ma una volta afferrati i concetti chiave è stato più facile mettere a fuoco i dettagli.  

Ogni volta che porto giornali e articoli in classe, torno a stupirmi dell’effetto che fanno. La classe era incuriosita e ha lavorato con alacrità. Nella seconda parte della lezione ogni gruppo ha esposto agli altri il contenuto dell’articolo letto (i gruppi più veloci sono riusciti a leggere anche due testi). Io ho fatto da “facilitatore” e da moderatore, creando il filo conduttore tra gli articoli (l’ordine di esposizione ha permesso di affrontare in progressione diversi aspetti della tematica e riflessioni di ordine ambientale, economico, sociale). 

Compito per la lezione successiva: scrivere un paragrafo sui cambiamenti climatici per aggiornare il libro di testo. Ognuno ha dato al pezzo un taglio diverso: alcuni raccontavano in modo molto personale l’attività svolta, altri approcci più scientifici e/o interdisciplinari; non sono mancati articoli svelti e dal taglio brillante. Mentre leggevamo questi lavori, in classe regnava il silenzio.  Tutti, e tutte, orgogliosi di saperne più del libro di testo (e più di tanti adulti). 

Il giornalismo a scuola genera partecipazione. La partecipazione scongiura sia l’apatia che il senso di impotenza dei giovanissimi di fronte ai grandi temi (sull’ambiente i quindicenni sono in media più informati ma più pessimisti, lo dice l’indagine PISA 2015 promossa dall’OCSE). La partecipazione crea cittadinanza attiva. È anche un’attuazione del “diritto alla parola” come “parte integrante dei diritti costituzionali e di cittadinanza” – lo ricordano le Indicazioni nazionali 2012 – garantito dall’articolo 21 della Costituzione italiana. 

A proposito: come nasce una Costituzione, e com’è nato nella Costituzione italiana lo spazio per il diritto ambientale? Anche di questo si è parlato alla presentazione del libro di Berlenghi, e anche di questo abbiamo discusso in classe. Ma ho scritto già molto, e questa parte della storia la racconteremo un’altra volta. 

Con Giornalisti Nell’Erba al Festival dell’Educazione alla Sostenibilità

Ieri è stata una giornata felice, per due motivi: sono stata con Giornalisti Nell’Erba (gNe) al Villaggio per la Terra in occasione del Festival dell’Educazione alla Sostenibilità, e la sera ho trovato ad aspettarmi Come se tu non fossi femmina, il primo libro del direttore di Donna Moderna Annalisa Monfreda, appena uscito per Mondadori. 

La prima felicità (venata di ansia, perché ho perso l’abitudine a essere intervistata) è stata confrontarmi con altri educatori – insegnanti, ambientalisti, giornalisti e non solo – su come educare alla sostenibilità i giovani, e non solo.

La mia “ricetta” per educare alla sostenibilità l’ho esposta nella mia prima apparizione su Instagram stories, intervistata dalle brave Giulia Cugini e Giulia Ceci, studentesse in alternanza scuola lavoro presso Giornalisti Nell’Erba. In quattordici secondi sono riuscita a sintetizzare abbastanza il mio manifesto di insegnante giornalista e i valori che porto con me a scuola, da interdisciplinarità a girl power. 

Sono i valori che metto in pratica nella nella didattica, anche quando non faccio giornalismo strettamente ambientale.

La palestra a cui mi sono formata è quella di gNe: Giornalisti Nell’Erba fa educazione alla sostenibilitàin un modo pratico. Gli educatori sono i più giovani, non fruitori/educandi ma giornalisti, ricercatori di senso, produttori di contenuti, traduttori di linguaggi scientifici e/o complessi in messaggi smart che li rendono accessibili a tutti. Perché l’ambiente e l’informazione sono di tutti, e tutti hanno diritto alla piena comprensione di ciò che li riguarda. 

È il metodo gNe, che ho visto nascere sul campo anche attraverso le esperienze dei molti insegnanti di tutta Italia che negli anni hanno partecipato al Premio nazionale di giornalismo ambientale Giornalisti Nell’Erba. Docenti che oggi si confrontano e si formano all’interno della Rete nazionale docenti Giornalisti Nell’Erba. Le iniziative e le buone pratiche della Rete sono un patrimonio di innovazione didattica di qualità che merita di essere conosciuto, e infatti sarà documentato in un ebook che sto curando per gNe. Avremo quindi occasione di riparlarne.  (aggiornamento del 24/6/2019: l’ebook è stato pubblicato ed è disponibile su Amazon!)

L’educazione allo sviluppo sostenibile, per come la vedo io, è trasversale a tutte le materie scolastiche.  Non è competenza di un professore e non può essere ristretta a un’ora dedicata, perché le questioni ambientali si intrecciano a quelle sociali, economiche, etiche, artistiche e via dicendo. Dobbiamo formarci e informarci, certo, ma non occorre una competenza da specialisti: ogni docente può trattare ambiente e sostenibilità dalla prospettiva della sua disciplina.

Personalmente provo ad approcciare la cultura ambientale da un punto di vista per così dire valoriale: i contenuti e le attività che propongo in classe sono ispirati ai sei punti che ho enunciato nel video, che poi sono alcuni degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 più due parti di me: il giornalismo e il sorriso (perché si può parlare di cose serie senza essere pesanti).

Faccio educazione alla sostenibilità e allo sviluppo sostenibile perché un giorno saranno i miei alunni a decidere, e possono iniziare a farsi sentire già ora reclamando città e luoghi di vita quotidiana più sostenibili, facendo domande ai decisori di oggi e proponendo soluzioni ai problemi ambientali da cui si sentono più direttamente toccati. 

Il giornalismo è lo strumento didattico che preferisco, perché secondo me è molto efficace. Insegna a indagare, a collegare idee e dati, a non accontentarsi. Restituisce ai ragazzi il diritto-dovere di porre domande anche scomode, e li autorizza a esigere risposte adeguate anche da adulti recalcitranti. 

Come se tu non fossi femmina, il libro di Annalisa Monfreda è stata la seconda felicità della giornata e in questo flusso di idee c’entra, perché parla di giornalismo, di donne, di autonomia e autodeterminazione delle ragazze, e anche dei ragazzi. Una lettura decisamente interessante, di cui riparliamo a breve.